Dall’1 ottobre, in Spagna si respira aria tesa, di rivolta soppressa. Il popolo catalano, dopo il tentativo del 2014, ha votato a un referendum non riconosciuto dal governo spagnolo per l’indipendenza catalana, dichiarata dal Parlament di Carles Puidgemont il 27 ottobre.
Immediata la reazione di Mariano Rajoy, primo ministro spagnolo, a capo del Parlamiento, che ha applicato l’articolo 155 della Costituzione spagnola, destituendo il governo catalano, sostituendolo con forze politiche filomadridiste e avviando arresti e mandati di cattura per i membri del Govern di Catalunya. Sono state inoltre convocate le elezioni in Catalunya per il 21 dicembre.
L’11 novembre 750.000 persone sono scese in piazza a Barcelona per manifestare a reclamare la scarcerazione dei politici detenuti e ribadire l’istanza autonomista di gran parte del popolo catalano.

Dato che raccontare fatti di tale rilevanza storica è pressoché impossibile dalle mura di un liceo (sebbene sarebbe interessante tentare e qualcuno sembra aver già provato a diffondere una propria versione), dare una stringata cronologia appare preferibile, vista la possibilità di contattare persone coinvolte in prima persona in questa questione di identità nazionale catalana o spagnola.
Ecco dunque le testimonianze di Ariadna Chmelik Lluís, studentessa catalana residente in Svizzera, e Carlos Arija Garcia, giornalista spagnolo residente in Italia.

Pietro Caresana

Catalogna: perché l’indipendenza è illegale                                                        di Carlos Arija Garcia, giornalista di La Legge per Tutti (www.laleggepertutti.it)

Il modo così rovinoso in cui sono precipitati i rapporti tra le autorità regionali catalane ed il Governo spagnolo, con una dichiarazione di indipendenza da parte delle prime tanto inutile quanto illegale, è solo il triste epilogo di ciò che, da molti decenni, già succedeva tra una parte del popolo della Catalogna (quello che non si riconosce nello Stato in cui abita) ed il resto della Spagna. Da spagnolo, sono stato più volte testimone del clima di ostilità che, chi non è catalano o non condivide le ideologie separatisti di alcuni, ha sempre avvertito ogni volta che si è recato a Barcellona e dintorni.

Non è il caso di discutere sulla voglia di indipendenza dei secessionisti che, in un Paese democratico, può anche essere legittima nel rispetto delle idee di tutti, ma, piuttosto, sul modo in cui è stato avviato e portato a termine un processo di secessione contrario a qualsiasi legge, tranne a quella approvata in furia e in fretta da una minoranza del Parlamento catalano, senza l’appoggio né degli altri partiti né della maggioranza dei cittadini.

Una dichiarazione di indipendenza, dicevo, inutile quanto illegale. Ed è quest’ultimo concetto, quello dell’illegalità, che palesa il primo, quello dell’inutilità.

Già nel 2014, l’allora presidente della Generalitat, cioè del Parlamento catalano, Artur Màs, portò i cittadini alle urne per «consultare» la loro voglia di indipendenza dalla Spagna. È vero che vinse il sì con un plebiscito bielorusso, ma è anche vero che alle urne andò il 34% degli aventi diritto al voto. Il che significa, in modo abbastanza inequivocabile, che alla stragrande maggioranza dei catalani, dell’indipendenza non importava un bel niente.

Ci ha riprovato quest’anno Carles Puigdemont, un improvvisato politico venuto su dal nulla ma pronto a raccogliere le spinte populiste che chiedevano la secessione della Catalogna. Ha portato i partiti separatisti della Regione (che non hanno la maggioranza assoluta) ad approvare una legge sul referendum, questa volta (per voler loro, ma calpestando la legge) a carattere vincolante. Cioè: se vince il sì, il Parlamento catalano deve dichiarare l’indipendenza. Come hanno fatto? I partiti «unionisti» hanno abbandonato l’aula. E quelli «nazionalisti» hanno votato lo stesso. È vero quello che dice la pubblicità: a qualcuno piace vincere facile.

Ma è proprio questo il primo errore commesso da Puigdemont e dai suoi chierichetti: la Regione non ha alcun potere di convocare un referendum secessionista. Lo dice la Costituzione spagnola che in Catalogna, come nelle altre regioni, detta ancora legge. Ma i separatisti se ne sono infischiati ed hanno organizzato comunque una consultazione illegale per il 1 ottobre.

Quel giorno è successo di tutto. Ero in Spagna in quel periodo ed ho visto le urne arrivare alle 8 del mattino in alcuni seggi e sulle strade delle città, avvolte in sacchi della spazzatura, con già delle schede dentro. Non c’è stato alcun controllo serrato su chi votava, c’è chi ha potuto farlo fino a 10 volte in punti diversi di Barcellona o di altri paesi della Catalogna. Molti dei radicali che avevano occupato i seggi per impedire alla Guardia Civil (la Polizia militare spagnola) di sgomberare per far rispettare la legge, avevano portato con sé i propri bambini per utilizzarli come scudi umani (gesto, anche questo, vietato dalla legge e che ha comportato una denuncia al Tribunale dei minori). La Polizia si è vista costretta a caricare di peso decine di persone ma si è vista vittima di un errore da dilettanti e di un tradimento clamoroso.

Il primo l’ha commesso il presidente del Governo spagnolo, Mariano Rajoy, inviando migliaia di agenti per impedire un referendum il cui risultato sarebbe, comunque, stato inutile in quanto non suffragato dalla legge. Tanto valeva far votare la gente e non cadere nel tranello di Puigdemont, che prevedeva di far diventare in tutto il mondo l’immagine delle cariche della Polizia come l’icona della giornata, nascondendo il suo gesto illegittimo. All’estero, milioni di persone ci hanno cascato.

Il tradimento, invece, è stato quello della Polizia catalana, i Mossos d’Esquadra. La sera del 30 settembre avevano firmato un patto con i due corpi di Polizia gestiti dallo Stato per impedire le votazioni. Ma la mattina del 1 ottobre, cioè poche ore dopo quell’accordo, si sono schierati con gli indipendentisti, impedendo alla Guardia Civil e alla Policia Nazional di intervenire con calma e senza l’uso della forza. Pochi giorni dopo, viene smascherata la trappola: molte delle immagini che hanno fatto il giro del mondo e che erano state attribuite al comportamento della Guardia Civil, in realtà erano manipolate o vecchie di alcuni anni e si riferivano a delle cariche degli stessi Mossos d’Esquadra durante una giornata di sciopero. Il capo dei Mossos è stato destituito.

Riepilogando: referendum convocato senza alcun potere e consultazione truccata. Ciò nonostante, non ha votato nemmeno il 40% della popolazione. Ma Puigdemont ed i suoi tirano dritto, spostando l’attenzione sulle presunte violenze della Polizia. Madrid concede un po’ di tempo ma minaccia l’attuazione dell’articolo 155 della Costituzione, che consente in caso di ribellione e di sedizione l’azzeramento delle cariche regionali e la convocazione di nuove elezioni. Il capo della Generalitat, con l’appoggio del presidente del Consiglio regionale, forza la situazione e l’indipendenza viene, comunque, dichiarata.

I successivi arresti e la fuga di Puigdemont in Belgio hanno fatto capire ad alcuni dei promotori della secessione di aver commesso un errore madornale. Primo fra tutti, aversi fidato di un politico che, quando si è visto in pericolo, ha tagliato la corda, lasciando i suoi più stretti collaboratori nelle mani della giustizia e nella cella di un carcere. Il secondo, aver creduto in un processo illegale che non avrebbe portato ad alcunché. Non sono pochi quelli che hanno ammesso successivamente di non vedere la Catalogna pronta ad uno status di Repubblica. Anche perché, giustamente, le istituzioni internazionali non l’avrebbero riconosciuta. Il che significa restare isolati, fuori da ogni gioco, compreso quello del calcio nelle grandi competizioni nazionali, europee e mondiali. Ergo, rinunciare ad una valanga di soldi.

In questo contesto, e riflettendo sul modo in cui si è svolto questo strampalato processo di indipendenza, risulta difficile pensare alla Spagna come a uno Stato oppressore, ad una Catalogna vittima del fascismo e ad un manipolo di personaggi che si sono collocati al di fuori della legalità nella veste di prigionieri politici. Le regole del gioco sono state firmate da tutti e da tutti accettate (catalani compresi) nel 1978, quando la stragrande maggioranza (questa volta sì) dello Stato spagnolo diede il benvenuto alla Costituzione. E risulta perfino imbarazzante dover ricordare ad un rappresentante delle istituzioni (di qualsiasi ente pubblico si tratti) che le regole del gioco vanno rispettate e che se non lo si fa bisogna accettare le conseguenze. Se un cittadino non rispetta la legge va in galera. Per un politico che fa lo stesso, la pena dovrebbe essere almeno raddoppiata. Per il ruolo che ha e per i soldi che costa alle tasche dei contribuenti.

Come se ne esce? Non è facile dirlo. La Spagna ha una vocazione di Paese unito. Lo è stato nei momenti più difficili, soprattutto ai tempi della transizione dalla dittatura di Francisco Franco alla democrazia di cui oggi godono (checché ne dicano alcuni) i suoi cittadini. E vuole continuare ad esserlo, come hanno dimostrato i risultati dei referendum più o meno fasulli convocati in Catalogna. Riprendere il dialogo sarà complicato, ma dipenderà da alcuni fattori essenziali. Primo: il risultato delle elezioni regionali convocate per il 21 dicembre. Se vince in modo netto l’indipendentismo, Madrid non potrà fare finta di niente. Ma non avrà molto da offrire, visto che la Catalogna gode di un’autonomia che, tanto per fare un esempio, la Scozia firmerebbe subito festeggiando con fiumi di Scotch. Il secondo fattore (conseguente al primo) è la volontà di elaborare un progetto che rispetti la legge ed il resto della Spagna. A questo proposito: perché non indire un referendum che coinvolga l’intero Paese e che dia la possibilità a tutti gli spagnoli di pronunciarsi su un eventuale distacco della Catalogna, che comporterebbe delle pesanti conseguenze sociali ed economiche per chi vive in Catalogna ma non vuole l’indipendenza e per chi vive nelle altre regioni e deve rinunciare ad una fetta di Pil? A Barcellona sanno già la risposta. Ecco perché non l’hanno mai proposto e mai lo faranno.

Commento filocatalano

Mi chiamo Ariadna, ho 21 anni e vivo in Svizzera per motivi di studio.
Vorrei tentare di spiegare brevemente il mio percorso d’identità catalana.

Come è noto, il movimento indipendentista è un fenomeno molto ampio e ciascuno, indipendentista o no, possiede una propria esperienza personale riguardo la propria identità nazionale. Già questi stessi percorsi e riflessioni che si formano a seconda del contesto nel quale si vive, del modo di informarsi, dell’esperienza di vita e in base ai propri ideali politici sono, a mio parere, parte integrante della storia indipendentista.

Per quanto mi riguarda, tutto è iniziato all’età di 6 anni: il mio cugino più grande teneva appesa in camera una Estelada azul (la bandiera indipendentista catalana). Non avevo idea di cosa significasse, e credo di aver iniziato a capirlo solo dalle medie. Solo una minoranza a quel tempo aderiva ai movimenti antifascisti e in lotta per il cambio di sistema politico, che si stanno man mano  rendendo più visibili attraverso il CUP (Candidatura di unità popolare, partito minoritario del Parlament catalano, favorevole all’indipendenza e votante il 27 ottobre, ndt).
Nelle manifestazioni precedenti il 2010 che si tenevano l’11 settembre, giornata nazionale catalana, la partecipazione era di poche migliaia di persone e l’epilogo vedeva spesso scontri nelle strade tra manifestanti e forze dell’ordine. Un’immagine, questa, ben lontana dai cortei di massa e totalmente pacifici dei successivi sei anni.

Ad ogni modo, da piccola ricordo un forte movimento autonomista per una maggiore possibilità di autogoverno, tradotto nell’opposizione al PP (Partito Popolare, la fazione dell’attuale primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, ndt) di José Maria Aznar e nella difesa dello Statuto di Catalunya. Ricordo la speranza per il referendum sullo Statuto del 2006 e la frustrazione nel vedere i successivi quattro anni di boicottaggi, promesse non mantenute e umiliazioni da parte di alcune personalità del governo spagnolo culminate col ricorso vergognoso da parte del Tribunale costituzionale spagnolo (il famoso “noi ce ne freghiamo dello Statuto” proferito da Alfonso Guerra) contro a uno statuto di autonomia votato in modo maggioritario e democratico da una parte del popolo catalano.

Dalla mia esperienza mi è chiaro che il movimento indipendentista per come lo conosciamo oggi nasca da una sensazione insita nell’essere umano di volere e anelare alla propria dignità.

La relazione intrattenuta dalla Catalunya con il Gobierno centrale di Madrid non fu una relazione tra enti politici che godessero di pari legittimità politica, cosa che ora possiamo chiaramente vedere con l’applicazione dell’Articolo 155 e con il fatto che un partito con un supporto di appena l’8% in Catalunya sta per essere legittimato a governarla in quanto “superiore”.
Il popolo catalano vanta una tradizione democratica molto forte e questo avrebbe potuto essere l’impulso di cui la Spagna necessita urgentemente per uscire dal proprio limbo, in cuio è entrata a seguito di un passato franchista che ora si protrae attraverso la transizione spagnola. Dopo gli anni della dittatura di Francisco Franco, il desiderio catalano per fare della Spagna un paese più giusto nel quale si rispetti l’autogoverno dei popoli fu veicolato in innumerevoli tentativi di negoziazione con lo Stato Spagnolo dal quale, governo dopo governo (sia che fosse socialista che popolare), ricevette solo a parole la volontà di risolvere il conflitto politico e che invece di prestare attenzione alle richieste popolari catalane nella maggior parte dei casi le ha invalidate in atto di superbia e prepotenza.

Tutte le cose che vediamo accadere in questo periodo sono parte integrante di questa storia e personalmente trovo particolarmente frustrante la risposta della cosiddetta sinistra spagnola, capeggiata da Podemos, che applicando un sistema simile a quello che ha applicato lo stato spagnolo con l’Articolo 155 ha risposto alle voci critiche provenienti da En Comú Podem votate democraticamente e le ha sostituite con personalità più vicine al leader Pablo Iglesias, adottando un metodo autoritario lontano dall’ideale della sinistra radicale.

Ovviamente un conflitto così merita tesi intere per poter iniziare a contenere la grandezza e la storia che si sviluppa attraverso il conflitto nel quale ci troviamo ora, ma questo è un misero intento di porre in forma sintetica un problema che deriva da molte leggi.

Sarà mancata la forza della gente e di tutti gli altri per poter combattere l’intransigenza e l’intolleranza di uno stato demofóbico (così in spagnolo) e altrettanto sarà mancata, come diceva Gandhi o come fece Rosa Parks, la disobbedienza a leggi ingiuste per conseguire un presente più democratico per tutto il mondo.

Di Ariadna Chmelik Lluís, studentessa catalana

 

 

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