Intervista ai nostri tre docenti di scienze: Marilena Caprani, Roberto Iseppato e Laura Orefice.

Come sono stati i suoi anni al liceo e come hanno influito sulla sua scelta universitaria?

M.C.: E’ passato tanto tempo, non ho ricordi di un’esperienza bellissima, perché praticamente la sezione nasceva con la mia classe e quindi c’è stato un continuo cambio di insegnanti nel corso dei cinque anni e per quel che riguarda i compagni non ricordo una classe molto unita. Probabilmente per l’università sono intervenuti altri aspetti, non solo scolastici, forse magari qualche lettura, sentendo delle informazioni che venivano dall’esterno della scuola, non ho in mente un particolare insegnante che mi ha portata a scegliere biologia, quindi è stata una serie di fattori, il fatto che magari mi incuriosisse qualche aspetto scientifico più che quelli umanistici o filosofici.

R.I.: Innanzi tutto non ho fatto il liceo ma ragioneria, e quegli anni hanno influito nel non farmi scegliere la strada del ragioniere: hanno avuto l’effetto opposto a quello sperato, infatti ho fatto biologia. Dopo cinque anni mi sono reso conto che ragioneria non era la mia strada e che preferivo lavorare nel campo delle scienze della vita; questi cinque anni mi hanno dato delle informazioni importanti ma non quelle che avrei voluto per il mio futuro.

L.O.: I miei anni al liceo sono stati splendidi, mi sono sempre divertita moltissimo, per intenderci sono stati quelli del ’68. Non hanno influito sulla scelta universitaria perché ho scelto quello che mi piaceva fare: ho fatto il classico e ho scelto una facoltà scientifica, scienze naturali, perché mi sono sempre piaciuti gli animali, le piante eccetera.

Per quale motivo ha scelto di insegnare? Da quanto tempo insegna al Volta?

M.C.: Sono qui dal ’97, quindi sono esattamente vent’anni. Ho iniziato a insegnare durante l’ultimo anno di università perché mi avevano chiamata per una supplenza alla Ciceri che doveva essere di quindici giorni ma che si è protratta per tutto l’anno, l’esperienza mi era piaciuta molto. Dopo la laurea ho iniziato subito a insegnare per poche ore alla settimana in una scuola privata e contemporaneamente ho seguito un corso all’istituto tumori di Milano in citologia diagnostica, poi mi avevano chiamata al Sant’Anna per una sostituzione di una citologa. Nel frattempo continuavo a insegnare e le ore erano aumentate e quando il primario mi chiese se volevo restare perché voleva chiedere l’ampliamento di organico rifiutai, confrontando le due cose preferivo insegnare: passare otto ore al microscopio era un lavoro troppo freddo,  insegnare dava e dà più soddisfazioni.

R.I.: L’approccio è stato casuale, nel senso che cercavo un lavoro e come laureato potevo anche insegnare, quindi sono entrato nel mondo del lavoro in modo fortuito. Quando ho iniziato a insegnare mi sono accorto che tutto sommato ero in grado di farlo e che ne ero portato. Insegno qui dal 2005, sono dodici anni e tutto sommato qui ci sto bene.

L.O.: Sono qui al Volta dal 1997. Non ho scelto di insegnare ma sono stata presa dentro nel giro, è stata un’alternativa ad altro: si comincia facendo qualche supplenza per avere qualche soldo e poi ti ritrovi dentro nelle graduatorie, fai l’esame di abilitazione, poi hai la famiglia e tutto e vai avanti. Avrei fatto volentieri altro, per esempio stare in università a fare la ricercatrice, ma allora non c’era il dottorato e non ti pagavano niente, dovevi avere i fondi per mantenerti da solo.

Qual è la figura scientifica che più ha influenzato il suo percorso?

M.C.: Probabilmente non c’è stata una figura cui ho fatto riferimento, e se c’è stata non è stata così determinante, dato che non me la ricordo.

R.I.: Dal punto di vista dell’amore per la natura direi Danilo Mainardi e poi per la genetica Francis Crick e James Watson, che hanno creato la struttura tridimensionale del DNA.

L.O.: Non saprei, forse Marie Curie perché è una donna.

Ritiene adeguato il monte ore assegnato alla sua materia? Al liceo classico, dove la formazione umanistica ha ruolo centrale, perché ritiene importanti anche le ore di scienze?

M.C.: No, per niente. Le ore di scienze sono importanti perché comunque in quanto liceo è una scuola formativa che prepara a tutte le facoltà universitarie e quindi mi sembra importante che una persona che esce da un liceo abbia una cultura generale che sia completa. Dopo un liceo classico si può accedere a tutte le facoltà, anzi, si vedono sempre più persone che scelgono facoltà scientifiche.

R.I.: No, assolutamente no, sono scarse le ore di scienze. Chi fa il liceo classico è un po’ come una cellula staminale: non sa bene da che parte andrà a parare, e quindi con anche le materie scientifiche gli si apre il ventaglio di scelte che può fare all’università. Perché allora si fanno matematica e fisica? Per avere una cultura più globale ed avere poi più alternative nella scelta, non potete andare tutti a fare lettere, storia o filosofia.

L.O.: No assolutamente, soprattutto dopo la riforma. E’ adeguato il fatto di aver messo scienze già dal primo anno, ma non è certamente adeguato il numero di ore settimanali per insegnare tre materie diverse. Il liceo sia classico che scientifico dovrebbe dare una visione a 360 gradi del mondo della cultura per cui le materie umanistiche e quelle scientifiche dovrebbero avere lo stesso peso nel formare una persona.

Quale parte del programma predilige maggiormente?

M.C.: Scienze è una parola che comprende di tutto e di più, perché c’è la biologia ma nell’ambito della biologia c’è l’anatomia, la zoologia, la botanica, la genetica, la biochimica; in chimica c’è la generale, l’organica; anche in scienze della terra c’è di tutto, astronomia, geologia… è un po’ difficile dire quale mi piace di più. Se devo scegliere tra biologia, chimica e scienze della terra dico che chimica mi piace;  nell’ambito della biologia zoologia e botanica mi piacciono meno rispetto a  genetica, anatomia umana e fisiologia che sono più coinvolgenti; in scienze della terra astronomia mi piace, un po’ meno geologia: sono tante le parti che mi piacciono, non posso sceglierne una.

R.I.: Genetica.

L.O.: Istintivamente la biologia, tutto ciò che è inerente agli esseri viventi. Ma quando all’università ho studiato geologia mi sono appassionata anche a quella, chimica invece per me rimane solo un supporto a queste discipline.

Qual è il metodo migliore per studiare la sua materia?

M.C.: La curiosità. Non stare solo a leggere e ripetere in modo freddo il testo, ma porsi domande, osservare; non leggere e ripetere, ma essere curiosi, fare proprio ciò che si studia, non solo per andarlo a raccontare in un’eventuale interrogazione.

R.I.: Questo dovreste saperlo voi. Il metodo migliore è innanzi tutto stare attenti alla lezione, prendere appunti, fare schemi (questi sono fondamentali nelle materie scientifiche) e informarsi su internet, approfondire i concetti andando a cercare ulteriori informazioni senza che lo dica l’insegnante.

L.O.: Andare in giro per boschi, prati e campagne e osservare, osservare, osservare. Non guardare come facciamo con la televisione ma avere un’osservazione incuriosita e non farsi passare davanti le immagini come succede con la televisione: per questo voi non sapete più osservare, perché siete stati indotti a guardare.

Com’è il rapporto con studenti e colleghi?

M.C.: Con gli studenti è normale, mantengo una certa autorevolezza senza essere troppo autoritaria; anche con i colleghi è normale: poi con qualche collega sicuramente c’è un rapporto più aperto, con chi magari ho delle classi in comune, con altri può capitare che ci si saluti e si scambino poche parole.

R.I.: Dipende molto dall’atteggiamento degli alunni, ma mediamente è positivo, cerco sempre di evitare il più possibile gli scontri, ho un rapporto abbastanza colloquiale coi ragazzi e un atteggiamento anche ironico, accetto anche qualche battuta; siamo esseri umani quindi a volte posso essere aggressivo, specialmente in laboratorio, dove c’è il rischio che vi facciate del male. Con i colleghi è complessivamente positivo con quasi tutti, dipende dai caratteri.

L.O.: Devo dire che mi sono sempre trovata bene dappertutto. Con i colleghi in generale ritengo di aver un buon rapporto, ci sono quelli con cui andrei a mangiare una pizza più volentieri che con altri. Con gli studenti non mi sembra di essere né una Cerbero né una mollacciona, cerco di considerarli delle persone mature per quello che è la loro età quindi da questo punto di vista pretendo anche una certa correttezza.

Ritiene importanti le attività extracurricolari degli studenti?

M.C.: Dipende dal tipo di attività e da chi le gestisce, accumunare tutte le attività in un unico calderone no: alcune possono essere utili, altre magari un po’ meno, altre ancora del tutto dispersive.

R.I.: Se non diventano eccessive, se non portano via troppo tempo allo studio sì, sono sicuramente positive, basta non eccedere: troppi interessi extracurriculari è chiaro che portano via tempo, bisogna trovare il giusto equilibrio. Nella giusta quantità vanno benissimo, anzi, servono anche per alleggerire il carico, aumentare gli interessi verso il mondo esterno e ridurre il carico psicologico, magari di depressione e ansia.

L.O.: Certo, comunque completano la loro formazione. Sicuramente la scuola è l’attività più importante e quindi è logico che lì devono spendere più impegno, ma è giusto occuparsi anche di altro: si deve trovare il tempo e l’interesse adeguati a queste attività che comunque sono secondarie alla scuola, e purtroppo alcune volte gli studenti non lo capiscono.

Cosa pensa del museo di scienze naturali del Volta?

M.C.: Una quindicina di anni fa circa era partito un grosso progetto per cui ero stata coinvolta insieme anche alla professoressa Orefice per classificare e descrivere una buona parte degli animali che ci sono nel museo, vi ho lavorato un anno ma poi è partito il primo lotto che era quello di fisica, che infatti è stato portato a termine, e purtroppo i fondi sono finiti e il museo di scienze naturali è ancora lì tutto fermo a prendere polvere.

R.I.: Lacrime, lacrime, lacrime: è un dispiacere che sia abbandonato, sarebbe un fiore all’occhiello della scuola, però ci vogliono un sacco di soldi e il rispetto delle normative sulla sicurezza. C’è materiale che renderebbe questa scuola molto più appetibile anche ai visitatori, è un dispiacere che non sia fruibile.

L.O.: Tutte le volte che ci vado mi viene uno strozzone alla gola, è davvero un peccato lasciare ammuffire e impolverarsi tutte quelle cose, che potrebbero essere non solo un fiore all’occhiello della scuola ma anche della città, e per i nostri studenti sarebbe un punto d’orgoglio poterlo mostrare agli altri e occuparsene.

Un consiglio a tutti i Voltiani?

M.C.: Una cosa che ho già detto e che può rientrare qui è la curiosità, la voglia di imparare. Quando si capisce che si studia per sé stessi e non per gli altri è già un bel passo avanti.

R.I.: Da quel che vedo, in questi anni sta aumentando la risposta emotiva nei confronti dell’impegno scolastico, ci sono molti casi di crisi a livello psicologico, quindi la cosa fondamentale è non prendere gli insuccessi come fattori di scarsa abilità personale, ma come una normale dinamica di apprendimento: gli insuccessi in genere sono poi accompagnati da successi e miglioramenti; non ci si deve caricare di responsabilità in modo tale da sminuire le proprie capacità, cercare di evitare l’ansia da prestazione e trovare un modo per bilanciare lo studio con attività che facciano scaricare la tensione. Magari si soffrirà durante il quinquennio, ma poi si avrà giovamento nel periodo universitario.

L.O.: Vivete i cinque anni del Volta con spensieratezza. Ho vissuto i miei cinque anni al Volta serenamente e positivamente, e la positività si è vista soprattutto dopo. Questa è una scuola seria, ci si può vantare di aver fatto il Volta ma in senso positivo senza guardare dall’alto in basso gli altri perché non lo hanno fatto, sentirsi orgogliosi  è più che giusto.

Laura Brancato

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