Breve chiacchierata con due docenti di storia e filosofia del nostro liceo: Dario Zucchello e Paolo Ceccoli.

Com’era da ragazzo e qual è stato il suo percorso formativo?

P.C.: Al liceo mi piaceva studiare, e avendo fatto lo scientifico ho scoperto che mi piacevano di più le materie umanistiche (forse se avessi fatto il classico mi sarebbero piaciute di più quelle scientifiche). Ho voluto un mestiere che mi avrebbe consentito di studiare tutta la vita e quindi mi sono dato all’insegnamento dopo aver scelto la facoltà di filosofia al posto di storia. Dopo la laurea sono entrato subito nella scuola e ho iniziato ad insegnare lettere e dopo il concorso anche filosofia.

D.Z.: Al liceo ho sempre fatto sport, ero regolare nello studio e con buoni risultati, avevo molti interessi, oltre allo sport le uscite a teatro e il cinema. All’università mi sarebbe piaciuto fare ingegneria meccanica e i miei volevano che facessi medicina e alla fine ho fatto filosofia. Prima di insegnare ho lavorato con mio padre per alcuni anni, e per un anno e mezzo sono stato in marina; per scherzo ho iniziato a insegnare (la domanda forse me l’aveva fatta fare mia sorella), mi è piaciuto e ho continuato.

Da quanti anni insegna al Volta? Com’è cambiato l’istituto nel corso degli anni?

P.C.: Questo è il mio decimo anno qua, dal 2006. L’istituto è innanzi tutto diminuito, quando sono arrivato c’erano dieci sezioni, e questo ha portato una serie di peggioramenti: ad esempio abbiamo perso il preside titolare, e ciò vuol dire mancanza di continuità della gestione; poi abbiamo perso insegnanti giovani che davano un po’ di “brio” e siamo rimasti noi “vecchietti”…

D.Z.: Ho insegnato al Volta dapprima nell’86/87 per una supplenza annuale e dopo due anni al Galilei di Erba sono tornato qui. Dall’89 non mi sono più mosso, ormai sono parte del mobilio. Quando sono arrivato c’era una presidenza molto dura. C’erano insegnanti davvero eccellenti soprattutto per la conoscenza della lingua e i “vecchi datteri” di sessant’anni che continuavano ad insegnare. Il preside era Baldassarri, molto rigoroso. Poi c’è stato Saladino che ha avuto il merito di rinnovare la scuola. Con i corsi in autonomia, mi ha lasciato molto spazio. Abbiamo avuto fino a dieci quarte ginnasio, ma con le riforme sono arrivati gli anni più fragili: c’è stato un calo d’iscrizioni e una successione di presidi. Attualmente non abbiamo un preside titolare, ma solo reggente.

Alla luce della recente Notte del liceo classico perché ci si dovrebbe iscrivere al liceo classico, qual è il valore e l’utilità delle lingue antiche oggi, quando quelle moderne sono in continua evoluzione?

P.C.: Non essendo un classicista un po’ mi vergogno a parteciparvi direttamente: è una bella iniziativa, ma adesso dovremmo pensare per l’anno prossimo ad una “Notte del Volta” perché abbiamo anche lo scientifico. Perché fare il classico? Perché il classico punta al dettaglio, lo studente del classico vede i dettagli prima dell’insieme, è abituato a riconoscerli perché la didattica delle lingue classiche è fatta in modo estremamente induttivo, una costruzione lenta e faticosa che però insegna una mentalità analitica per cui lo studente è una risorsa mondiale, per la cultura e la scienza l’attenzione al dettaglio è fondamentale. Dall’altra parte la matematica insegna a riconoscere prima la cornice del dettaglio, i due curricoli del classico e dello scientifico sono complementari e speculari. Bisogna fare il classico perché bisogna che qualcuno sappia riconoscere i dettagli e fare le cose per bene, bisogna fare lo scientifico perché ci vuole qualcuno che abbia sveltezza nell’inventare le cose.

D.Z.: Se si pensa che la scuola debba fornire gli strumenti che quando si esce servono, allora meglio scegliere un altro istituto. Ma se il percorso liceale ha come obiettivo quello di approfondire e specializzare gli interessi dello studente all’università, allora la funzione della scuola superiore è un’altra. Il fatto di spostare lo studio, l’attenzione, la concentrazione lontani apparentemente dal presente storico ha una grandissima valenza per la formazione: fa guardare a questo mondo da lontano con strumenti di comprensione essenziali. Il liceo classico è quindi una grande palestra di cui certo l’effetto non è immediato, ma la cui utilità diviene molto importante, una palestra che deve preparare e formare la mente in vista dell’università, ma sono convinto che anche la matematica e la fisica abbiano un ruolo importante perché hanno una forte valenza logica.

A cosa serve la filosofia, perché si studia? Qual è il metodo migliore per approcciarsi a tale disciplina?

P.C.: La filosofia è fondata sullo spirito critico, è un “correttivo” della grammatica, che tende a sottovalutare la semantica. Con la filosofia si impara a usare la grammatica ma a leggere anche la semantica. Il compito della filosofia è portare alla riflessione e al ragionamento. Il metodo migliore è discutere, dialogare e far riflettere sulle parole e sul loro peso.

D.Z.: Il problema più grande è che la filosofia soprattutto al primo anno richiede un livello di astrazione che a sedici anni magari non è semplice ottenere, motivo per cui nel mondo greco non era una facoltà che si proponeva agli adolescenti, era destinata ad un pubblico adulto. Secondo me c’è un approccio fondamentale, ovvero porre al centro dell’attenzione lo studio dei testi, perchè la filosofia vive in quei testi. Voi non fate lezione con un filosofo, ma vi confrontate con una tradizione di scritti. Ci si appropria della filosofia attraverso quei testi, quindi porre al centro il testo secondo me è fondamentale. A mio parere è importante muoversi dalla concretezza, dai problemi, dal lessico e dalla forma dei documenti. Il dialogo poi serve nelle interrogazioni per controllare il livello di apprendimento.

Com’è il rapporto con i colleghi? E con gli studenti?

P.C.:  Con i colleghi di filosofia molto buono: abbiamo le nostre divergenze e le nostre somiglianze ma a livello disciplinare ci confrontiamo serenamente. Con i colleghi delle altre materie dipende. Anche con gli studenti è molto buono, nessuno mi ha mai insultato, sono famoso per dire stupidaggini in classe e ciò non sarebbe possibile se in classe non ci fosse un clima rilassato.

D.Z.: Il rapporto con i colleghi varia come nelle relazioni umane: ci sono colleghi con cui mi trovo bene e con cui ho anche confidenza e altri con cui mi trovo meno bene, ma sono problemi che si trovano in qualsiasi altro lavoro. Con gli studenti invece mi trovo solitamente bene, dovendo scegliere preferisco stare con loro che con i colleghi. E’ ovvio che ci sono situazioni in cui il rapporto è più proficuo e altre in cui magari c’è un po’ più di tensione, ma di solito studenti e studentesse tornano sempre a salutarmi, in generale il rapporto è buono.

Ritiene importanti le attività extracurricolari ed extrascolastiche degli studenti?

P.C.:  Assolutamente sì, anche perché la neurofisiologia dice che oltre un certo limite non s’impara niente. L’accumulo e la memorizzazione sono necessari, ma non produttivi, la produzione avviene in condizione di serenità.

D.Z.: Sì, sono importanti. Secondo me i problemi veri li hanno gli studenti che pensano solo a studiare. Normalmente quelli che hanno altri interessi che sviluppano con passione poi sono bravi anche a scuola, perché perfezionano la propria persona. A parte l’attività sportiva, anche la passione per la lettura, il cinema, il teatro sono molto importanti, perchè spingono ad approfondire.

L’esame di Stato nel 2018 vedrà in atto alcune modifiche. E’ favorevole o contrario?

P.C.:  Da quel che ho capito ciò che cambia veramente è la sostituzione della terza prova con una relazione sull’alternanza scuola-lavoro, per tutto il resto non mi sembra cambi granché. La terza prova aveva i suoi pro e contro: fatta bene poteva essere una prova significativa, fatta male una farsa. Sono d’accordo sul fatto che si riduca l’importanza del totale dell’esame, da 75 a 60. Anche la prova orale che prima valeva due scritti: se durante l’orale viene svolta un’indagine sulla capacità di muoversi dovrebbe valere come gli scritti. Non so valutare bene il discorso dell’alternanza. L’ammissione spetta al consiglio di classe, ma considerare nella media il voto di condotta non è molto corretto, potrebbero esserci situazioni spiacevoli.

D.Z.: In realtà non ne si sa molto: c’è solo il progetto, bisogna vedere se e come questo governo lo porterà avanti. Credo che, se non viene stravolta la Buona Scuola e rimane l’Alternanza, indiscutibilmente deve avere un peso nell’esame di Stato. Sarebbe assurdo che queste ore destinate all’esperienza non abbiano peso in sede d’esame, quindi per forza qualcosa dovranno fare. La terza prova è nata con dei buoni propositi, ma si è trasformata in quella che viene detta comunemente “quizzone”, scarsamente indicativa, nozionistica, mentre potrebbe essere altro, quindi il fatto che venga meno mi va bene. Invece se l’esame orale deve essere sostenuto con una commissione interna è ridicolo e non serve a nulla. L’esame ha senso se l’alunno viene sottoposto ad una forma di controllo della preparazione e delle competenze da parte di una commissione esterna.

Un consiglio a tutti i Voltiani…

P.C.: Il liceo è una grande scuola che insegna a pensare. Certo ci sono situazioni stressanti, ma ci sono anche altrove. Il problema è il rapporto costi-benefici: per quel che vedo io i benefici superano i costi. Essere felici non significa non faticare, bisogna dare un senso alla fatica. Per una scuola come questa il gioco vale la candela.

D.Z.: Il consiglio è di appassionarvi. Non fatevi scorrere la scuola addosso come un impegno, un qualcosa che incombe: cercate di trovare spunti, di appassionarvi ad alcune discipline che vi vengono proposte, non torneranno più questi anni di liceo, a volte le passioni si accendono e rimangono accese per sempre.

Laura Brancato

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