È stato, ma lo è tutt’ora nonostante l’indifferenza mediatica, un momento particolare per Como, un attimo che ha avvicinato la nostra bella città di frontiera al mondo esterno, al mondo che gira lontano dai problemi relativi alle paratie o dalle cartoline del faro di Brunate. Scrivo poiché ritengo sia ormai inaccettabile rifiutarsi di prendere coscienza, coscienza di quella che è una crisi umanitaria di livello globale, una crisi umanitaria che bussa alle nostre porte e ci trova sempre più indifferenti, anestetizzati dall’abitudine; la voce monotona di un cronista dei telegiornali del mezzogiorno che sciorina una serie di cifre sui morti nel Mediterraneo (quel mare che un tempo con orgoglio gli italiani chiamavano Mare Nostrum, e che ora improvvisamente si vorrebbe allontanare dalle nostre coste) ormai ha lo stesso valore dell’estrazione del Superenalotto, anzi ancora minore in quanto almeno l’estrazione dei numeri alimenta la speranza della vittoria.

Como si trova finalmente a fare i conti con la propria identità, ossia l’identità di una città di frontiera; intendendo però una nuova tipologia di frontiera, la frontiera del III millennio. Il tempo e le dinamiche sociali mutano, Chiasso non è più attraversata unicamente per il rifornimento del carburante o per andare in ufficio, e le montagne che si innalzano dal lago non sono più solo patria di contrabbandieri: al giorno d’oggi il concetto di frontiera cambia e pian piano sbiadisce il suo significato, logorato dai passi di milioni di uomini. Guido Viale, nel suo libro Rifondare l’Europa insieme a profughi e migranti scrive che profughi e migranti hanno di fatto reso i confini dell’Europa assai più ampi di quelli al di là dei quali si vorrebbe respingere i nuovi arrivati e di fatto anche la nostra vicinanza alla Svizzera ha assunto un nuovo significato. Le intricate dinamiche sociali internazionali, cominciando dalla guerra in Siria e in Iraq, passando per le guerre civili in Sudan e nel Corno d’Africa e attraversando le terre affacciate sul golfo di Guinea, costringono ogni giorno sempre più persone ad abbandonare la propria terra d’origine rincorrendo una speranza, od anche solo l’illusoria prospettiva di una vita rispettosa di quei principi universali sanciti nella Dichiarazione universale dei Diritti Umani, principi sempre più masticati e disprezzati.

Le condizioni di partenza possono anche non coincidere ma l’intento di fondo è lo stesso che ha animato italiani ed irlandesi a partire alla volta degli Stati Uniti, gli ebrei ad abbandonare (per poi riconquistare prepotentemente) la Palestina, ma pure all’origine dei tempi l’uomo non ancora uomo a lasciare la Rift Valley per dedicarsi alla scoperta del mondo. Ora nel nuovo millennio (il III d.C.), nell’era della globalizzazione e dei trattati internazionali nascono progetti quali il Ttip e si parla di libera circolazione delle merci e del denaro, ma mai di libertà per l’individuo. La moneta esiste ora in tutte le sfaccettature immaginabili: cartacea o metallica, digitale o materiale, valida o falsa o perfino ipotetica mentre un uomo è costretto ad aspettare mesi se non anni per ottenere un timbro su un foglio di carta, per sentirsi dire che può compiere quello o quell’altro passo o che deve tornare indietro in base ad una oscura legge applicata a piacimento; e parliamo allora di casi estremi dove un intero popolo è considerato apolide, senza alcun diritto né politico né giuridico: il riferimento è al popolo rohingya, un popolo di religione musulmana costretto alla diaspora tra i campi per sfollati dell’intera Indocina, in quanto non riconosciuti da nessun governo (compreso quello presieduto dalla premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi). Un esempio forse lontano dalla piccola realtà comasca, ma che riflette perfettamente la tendenza generale a rinchiudersi in sé stessi, arroccarsi nel gioco dello scaricabarile con l’assurdo presupposto che accollare la colpa a qualcun altro improvvisamente risolva i propri problemi.

Cinicamente nessun stupore, umanamente molto invece (accompagnato inoltre da legittima indignazione), quando la Svizzera ha deciso di chiudere le proprie frontiere con l’Italia. Indignazione non solo per una questione etico morale ma soprattutto per l’assoluta arbitrarietà con la quale i vicini elvetici hanno deciso di interpretare ed ignorare nella maggior parte dei casi la legge. Sono stati necessari mesi di attivismo e l’azione di un gruppo di avvocati volontari per ottenere i primi e sporadici casi d’osservanza degli accordi internazionali: lontano da occhi indiscreti, la polizia di frontiera ha potuto infatti negare diritto d’asilo ed ospitalità a persone che invece dovrebbero beneficiarne quali i minori non accompagnati, e negato il passaggio per il ricongiungimento familiare a quanti avrebbero dovuto goderne.

In questo contesto teso e disordinato si è creato spontaneamente il campo in stazione San Giovanni a partire circa dalla metà di luglio, dove si sono raccolti tutti coloro ai quali è stato negato il transito verso il nord insieme ad un esiguo numero di persone che, desiderosa di rimanere in Italia, si è spostata dai centri più grandi per cercare lavoro in dimensioni più piccole. A generare ulteriore confusione è la totale disinformazione che in tutti i livelli ha regnato semi indisturbata. In primis degli stessi migranti, spesso nemmeno consapevoli di dove su una cartina effettivamente si trovassero i luoghi che desideravano raggiungere, figurarsi quindi se istruiti dalle autorità su quali diritti godessero e quali doveri possedessero. In una simile condizione diventa allora fin troppo facile fidarsi della prima persona con la voce gentile e cadere quindi nella rete dei passatori strozzini o delle organizzazioni mafiose, e in seguito, una volta beffati e frustrati, diventare diffidenti nei confronti delle autorità che teoricamente avrebbero il dovere di proteggerli.

L’aspetto più raccapricciante riguarda però l’atteggiamento delle istituzioni e quindi dello Stato in sé di fronte a questa serie di problemi: l’assenza.

Tra luglio e settembre il tutto è stato gestito volontariamente da liberi cittadini coadiuvati o meno da svariate associazioni quali Caritas, la Chiesa Pastafariana Italiana o l’Infopoint (quest’ultima organizzatasi apposta quest’estate per dare assistenza pratica e morale ai migranti vivendo il più possibile con loro in stazione). A mio parere è importante notare come una situazione generale di emergenza sia stata gestita tempestivamente solamente dall’iniziativa del libero cittadino. Si è dovuto aspettare la fine delle vacanze al momento del ritorno alle proprie case dei vari capi d’ufficio per prendere in mano le operazioni.

Le prime e becere mosse sono state quelle di incaricare la ditta di pullman Rampinini per alleggerire la pressione sul confine stipando il più alto numero di persone all’interno dei suoi bus prelevandoli la sera dal campo e deportandoli di notte nel Meridione, la maggior parte delle volte a Taranto. Queste operazioni sono state portate avanti in perfetto stile militare isolando ogni migrante privandolo del telefono ed assegnandoli un agente di polizia come guardia, tutto questo ovviamente senza spiegare alcunché e tacendo la destinazione finale. Essendo il silenzio la linea guida del governo italiano, è doveroso mettere al corrente (in quanto taciuto dalla quasi totalità dei mezzi d’informazione) che è stato siglato un accordo, nelle intenzioni segreto, con il governo del Sud Sudan grazie al quale sono stati versati 173 milioni di euro per arginare i flussi migratori verso la Libia e quindi poi verso l’Italia. Secondo quanto dichiarato da La Repubblica gran parte del fondo sarebbe però stato destinato al Rapid Response Unit, un gruppo paramilitare usato dal governo sudanese per controllare i confini del paese, e che durante la guerra civile nel Darfur si è macchiato di numerosi massacri civili. In pratica per riassumere, lo stesso stato italiano piegato tutt’ora dalla crisi e dalla mancanza di fondi, decide di occupare milioni di euro per finanziare un gruppo di milizie guerrafondaie con lo scopo di arginare il flusso di migranti che nasce dalle persecuzioni inflitte dalle stesse milizie. Spendiamo un enorme quantità di denaro per alimentare quel fenomeno che dalla classe dirigente è poi presentato al popolo come il problema principale del disastro economico del paese.

Potrebbe anche avere una vena comica grazie all’aura grottesca che assume tutto il sistema se non fosse semplicemente raccapricciante la falsità e l’ipocrisia delle istituzioni. Inoltre tutto questo purtroppo non fa che richiamare alla mente come poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale il governo nazista decise in un primo momento di procedere all’eliminazione degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali e degli avversari politici dal territorio del futuro Terzo Reich. Per questa operazione fu incaricato Adolf Eichmann ed è esattamente tramite il metodo della deportazione che egli agì: lunghi convogli di treni (a quel tempo la Rampinini presumo non fosse ancora stata fondata) carichi dei membri delle minoranze da espellere diretti verso i confini più estremi delle regioni tedescofone, nei migliori dei casi verso la Palestina, contribuendo in modo significativo alla fortificazione del movimento sionista che in un futuro sarà motivo di uno dei più grandi focolai di guerra odierni.

Eichmann è stato processato poi negli anni Sessanta dal Tribunale di Gerusalemme e condannato all’impiccagione per le sue azioni. Ben lungi la mia posizione dall’appoggiare la pena di morte seppur per un caso particolare come quello riguardante i crimini nazisti, ma la domanda che pongo è la seguente: come è possibile che soltanto mezzo secolo fa un uomo è stato condannato per lo stesso progetto che ora è appoggiato dalla maggioranza della popolazione? Il problema non si è sviluppato solamente in Italia, ma nella maggior parte dei paesi europei (la Gran Bretagna post Brexit ha iniziato la costruzione di un muro di cemento armato ai confini di Calais per impedire il passaggio di migranti attraverso la Manica; intanto sempre a Calais il governo francese ha sgomberato il campo tristemente famoso con l’appellativo the Jungle procedendo attraverso incendi dolosi alle tende, deportazioni in autobus ricoperti di cellophane per non sporcarli e selfie di militari goliardici durante le operazioni) fino a diventare un problema globale. Il razzismo non è solo malcelato nelle dichiarazioni del centrodestra italiano o esplicito negli slogan del neopresidente Trump (senza dimenticare Le Pen, Orbàn e Farage) ma addirittura fomenta odio tra gli stessi migranti pronti a litigare all’interno degli svariati campi a causa della vicinanza della propria tenda con la tenda di una etnia differente.

La risposta alla domanda ritengo risieda prevalentemente nella pessima informazione che espande quotidianamente le proprie radici infestando come rampicanti la storica e fondamentale centralità del giornalismo. Amartya Sen, economista indiano premio Nobel nel 1998, afferma che un’opinione pubblica bene informata è fondamentale per un buon funzionamento della democrazia e perciò non stupisce se di fronte a dati errati o usati malamente, oppure interpretazioni distorte dei fatti, si crea un’opinione pubblica ostile e chiusa in sé. Per concretizzare tale affermazione ragioniamo per assurdo: il segretario di un partito politico d’opposizione necessita di rafforzare il proprio elettorato in maniera compatta per presentarsi con un peso maggiore nel momento elettivo. Il metus hostilis risulta essere una strategia politica assai efficace, in quanto permette a chi ne necessità di individuare nell’ignoto, in chi viene da lontano le cause dei problemi riscontrati nel proprio assetto sociale; in questa maniera risulta possibile convincere una classe di lavoratori vessata da anni di crisi ed imbrogliata (ma anche imbrigliata) dai giochi economici neoliberisti che il motivo per cui il proprio paese non riesce a risollevarsi è la carenza di posti di lavoro, occupati dalle fantomatiche onde barbare che invadono la tanto aulica cultura e patria nostrana. Purtroppo ciò che accade non è altro che una costante manipolazione della realtà in favore del proprio tornaconto economico o elettorale: il disastro socioeconomico in cui annaspiamo è il riflesso diretto, che ancora perdura, della crisi bancaria del 2008 (cominciata negli USA nel 2006), strettamente legata al mondo della grande finanza, ed è pure in parte causa stessa di quelle migrazioni che nel delirio sociopolitico avrebbero dovuto permetterne lo scoppio.

A settembre ha destato molto scalpore l’istituzione da parte della ministro Lorenzin della giornata del Fertility Day per contrastare la drastica diminuzione di nascite e l’impoverimento demografico del nostro paese; condizione che sinceramente non riesco a comprendere dove si sia potuto osservarla. Di fronte ad un problema economico come quello attuale, dove un’intera gioventù è costretta a lasciare l’Italia poiché non offre adeguate opportunità lavorative, dove l’età pensionabile è rialzata continuamente come in una gara atletica di salto con l’asta (o con bastone da passeggio, per fare un po’ di dark humor), dove una coppia è costretta a sforzi incredibili per poter garantire a se stessa e alla propria prole quello stile di vita occidentale tanto pubblicizzato, è sconvolgente l’invito da parte di un ministro di formare famiglie più numerose: come se fosse un gioco mantenere uno o due figli in più, come se fosse un gioco rischiare di perdere il posto di lavoro a causa della maternità.

E questo avviene mentre un intero continente vessato dalle nostre sconsiderate operazioni di politica estera si sta accalcando su quei confini che ottusamente ci ostiniamo a tenere chiusi, un intero continente pieno di vitalità e forza giovane desiderosa nella maggior parte dei casi di lavorare per sostentare le proprie famiglie. L’impoverimento demografico non risulterebbe così difficile da contrastare permettendo una più facile acquisizione dei diritti di cittadinanza. Con quale coraggio il ministro Lorenzin può permettersi di chiedere la nascita di nuove persone, quando a quelle già esistenti è negato il diritto di vivere con dignità piuttosto che soltanto sopravvivere?

Osservando quanto accade anche solo a Como, la quale mondialmente è una realtà piccola, ci si rende conto che stiamo sbagliando, e non di poco. Ma non abbiamo cominciato a sbagliare adesso, nei picchi di crisi e negli ultimi mesi, ma stiamo sbagliando da anni con errate politiche di integrazione. Integrazione che deve essere operata da entrambe le parti, in quanto non soltanto chi arriva deve conoscere chi già presente, ma chi già presente deve conoscere chi arriva, altrimenti gli sarà impossibile accogliere al meglio; ma il meglio non per sé bensì per entrambi. Un’integrazione errata incrementa i casi di terrorismo che si sono verificati nelle città europee, durante i quali gli attentatori erano migranti di prima o seconda generazione, non persone appena arrivate: ecco che gli errori sociali già effettuati si ritorcono contro noi stessi.

Solamente comprendendo in fondo quanto abbiamo fatto e quanto stiamo facendo possiamo revisionare totalmente, a partire dall’indefinibile (e pure legalmente nebuloso) campo governativo presente ora a Como, il nostro comportamento.

È necessario ridefinire quanto sta accadendo, sia nel presente sia in prospettiva di un futuro incerto, per rifondare l’Europa, insieme a profughi e migranti.

Mattia Arreghini

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