CONTESTUALIZZAZIONE:
Mimnermo fu un dei più importanti poeti greci dell’Età arcaica. Sulla sua vita non si sa molto, ma si colloca tra la seconda metà del VII secolo a.C. e la prima metà del VI a.C. Fu uno dei massimi esponenti dell’elegia (esametro+pentametro) amorosa greca ed uno dei più importanti precursori della poesia d’amore come la conosciamo oggi. Di seguito, un’introduzione scientifica e le sue due opere più famose: il carme ad Afrodite e “Noi come le foglie”(in greco: Ἡμεῖς δ’οἷα τε φύλλα). In fondo troverete un apparato di note contenutistiche ad ambo i testi.

INTRODUZIONE:
Mimnermo. Un poeta sicuramente poco noto anche tra gli studenti dei licei classici e persino da chi studia filologia è sicuramente ritenuto un “minore”. Perciò mi è stato tanto arduo reperire non solo del materiale che lo riguardasse, ma anche solo una raccolta di tutti i suoi testi. Fortunatamente, il professor West venne, metaforicamente, in mio soccorso con il suo “Delectus ex Iambiis et Elegiis Graecis”. E’ tuttavia davvero un gran peccato che il povero Mimnermo sia un poeta ormai seppellito nella grande fossa della storia. Questi infatti non rappresenta solo la prima testimonianza di poesia elegiaca amorosa della letteratura occidentale, ma è anche uno dei grandi pionieri della poesia
intimistica, assieme alla mirabile Saffo. Forse troppo pochi conoscono il grande contributo che l’elegia di Mimnermo diede ad opere di autori antichi ben più noti di lui, come ai carmi di Catullo, alle elegie di Callimaco e a poeti di grandezza e levatura incommensurabile, come il campione della lirica italiana Giacomo Leopardi. Questi ricordò addirittura, nel canto XLI, la famosa metafora omerica delle foglie come emblema di caducità, cuore lirico del carme ἡμεῖς δ᾽οἷα τε φύλλα.
Leggendo di nomi quali quello di Catullo e Leopardi, ogni classicista freme e comprende quanto importante sia stato Mimnermo, magari solo come modello per la sua originalità, imitato pedissequamente da poeti che hanno preso la sua opera come base per costruire componimenti assai più noti e, per i più, assai migliori. Tuttavia, quest’opera ha proprio lo scopo di smentire questo parere: chiunque legga con attenzione i carmi di Mimnermo, non potrà non apprezzarne la sottigliezza, la semplicità e insieme la preziosità lessicale di un Greco ancora in gestazione e non ancora giunto alla perfezione dell’Attico del V secolo. Ma qui si dirà ancor di più: la grandezza di Mimnermo sta nella sua riflessione su temi sempre attuali, come la vecchiaia, la giovinezza che corre via, lo scorrere inesorabile del tempo che col suo corso travolge l’uomo che in un baleno, come una foglia al vento, si vede appassire e cadere nell’abisso. Questo grande profluvio di sentimenti, come un torrente in piena, permette all’attento lettore di immedesimarsi nel poeta e di comprendere ancor meglio che non è solo nelle angosce che lo attanagliano, che qualcuno prima di
lui ha affrontato il grande dolore del vedersi “morire ogni giorno”.

TESTI:
Carme 1
τίς δὲ βίος, τί δὲ τερπνὸν ἄτερ χρυσῆς Ἀφροδίτης;
τεθναίην, ὅτε μοι μηκέτι ταῦτα μέλοι,
κρυπταδίη φιλότης καὶ μείλιχα δῶρα καὶ εὐνή·
οἷ’ ἥβης ἄνθεα γίγνεται ἁρπαλέα
ἀνδράσιν ἠδὲ γυναιξίν· ἐπεὶ δ’ ὀδυνηρὸν ἐπέλθῃ
γῆρας, ὅ τ’ αἰσχρὸν ὁμῶς καὶ κακὸν ἄνδρα τιθεῖ,
αἰεί μιν φρένας ἀμφὶ κακαὶ τείρουσι μέριμναι,
οὐδ’ αὐγὰς προσορῶν τέρπεται ἠελίου,
ἀλλ’ ἐχθρὸς μὲν παισίν, ἀτίμαστος δὲ γυναιξίν·
οὕτως ἀργαλέον γῆρας ἔθηκε θεός.

Che vita, che piacere senza l’aurea Afrodite?
Che io muoia, se ciò non mi desse più cura alcuna,
un amore nascosto e soavi doni e un giaciglio,
come sono i fiori della giovinezza bramati
da uomini e donne. Quando poi sopraggiunge la dolorosa
vecchiaia, che rende l’uomo inabile e brutto,
sempre tristi affanni gli attanagliano i cuore,
né si rallegra volgendo lo sguardo ai raggi del sole,
ma odiato dai giovani e disprezzato dalle donne:
un dio volle la vecchiaia così dolorosa.

Carme 2:
ἡμεῖς δ’, οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη
ἔαρος, ὅτ’ αἶψ’ αὐγῇς αὔξεται ἠελίου,
τοῖς ἴκελοι πήχυιον ἐπὶ χρόνον ἄνθεσιν ἥβης
τερπόμεθα, πρὸς θεῶν εἰδότες οὔτε κακόν
οὔτ’ ἀγαθόν· Κῆρες δὲ παρεστήκασι μέλαιναι,
ἡ μὲν ἔχουσα τέλος γήραος ἀργαλέου,
ἡ δ’ ἑτέρη θανάτοιο· μίνυνθα δὲ γίγνεται ἥβης
καρπός, ὅσον τ’ ἐπὶ γῆν κίδναται ἠέλιος.
αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τοῦτο τέλος παραμείψεται ὥρης,
αὐτίκα δὴ τεθνάναι βέλτιον ἢ βίοτος·
πολλὰ γὰρ ἐν θυμῷ κακὰ γίγνεται· ἄλλοτε οἶκος
τρυχοῦται, πενίης δ’ ἔργ’ ὀδυνηρὰ πέλει·
ἄλλος δ’ αὖ παίδων ἐπιδεύεται, ὧν τε μάλιστα
ἱμείρων κατὰ γῆς ἔρχεται εἰς Ἀΐδην·
ἄλλος νοῦσον ἔχει θυμοφθόρον· οὐδέ τίς ἐστιν
ἀνθρώπων ᾧ Ζεὺς μὴ κακὰ πολλὰ διδοῖ.

Noi, come la stagione di primavera, piena di fiori, genera le foglie,
quando matura ai raggi del sole,
simili a loro, per breve tempo, godiamo dei fiori della giovinezza,
senza conoscere dagli dei né il male né il bene.
Le nere Chere vi stanno al fianco:
una ha con sé un destino di dolorosa vecchiaia,
l’altra di morte: il frutto della giovinezza dura
un istante, quanto il sole si diffonde sulla terra.
Tuttavia, non appena si oltrepassa la fine di quest’età
immediatamente essere morti è meglio della vita:
sorgono infatti nell’animo numerosi affanni:
prima ne va in rovina la casa,
poi ci sono le amare opere di povertà.
Uno non ha figli e, desiderando di averne,
va sotto terra nell’Ade,
un altro ha una malattia mortale: non vi è
uomo cui Zeus non dia molti dolori.

NOTE ETIMOLOGICHE, CONTENUTISTICHE e SEGNALAZIONI PARTICOLARI (vedi i termini sottolineati nel testo greco):
Carme 1:
1)χρυσῆς: epiteto tipico di Afrodite, ricorrente nei poemi omerici, negli Inni dell’Omero minore e in
Esiodo. Il colore
chiaro dei capelli era segno di bellezza e la dea dell’amore rappresenta la bellezza per eccellenza.
2)Ἄτερ….Ἀφροδίτης: qui la dea è usata come metafora dell’amore e una vita priva di amore, per
Mimnermo, non vale la pena di essere vissuta.
3)τεθναίην: ottativo perfetto prima persona singolare da θνήσκω, con valore desiderativo. Iperbole
ricorrente nella poesia lirica (cfr. Saffo, Odi, 31)
4)μέλοι: ottativo presente terza persona singolare da μέλω che ha in comune la radice con l’avverbio
μάλα e ha a che fare con il latino “melior”.
5) κρυπταδίη φιλότης: altra reminescenza epica e arcaizzante (cfr. Iliade, 6,16), si riferisce all’amore
segreto e intimo, anche di stampo adulterino. Κρυπταδίη è un aggettivo derivato da κρύπτω, cioè
“nascondere”.
6)μείλιχος: termine spesso riferito alle gioie dell’amore, anche negli Inni omerici (10,2 e 6,19),
legato a μέλι (miele) e tutta la radice correlata riguardante la dolcezza.
7)οἷ´ἥβης…ἀρπαλέα: presenza di schema attico, ossia l’utilizzo di un verbo singolare per un neutro
plurale consideranto come sostantivo collettivo. Ἁρπαλέα, da ἁρπάζω (cfr. Il latino “rapio”) ha una
sfumatura di dovere, quasi come in una perifrastica passiva, resa dal γίνεται, pertanto sembra
opportuno tradurre “da cogliere”.
8)γῆρας….τιθεῖ: γῆρας è occorrenza frequentissima in Mimnermo e cuore della sua poesia. Il
continuo contrasto tra vecchiaia e giovinezza, spesso accostate nei carmi del poeta, li rendono
incredibilmente efficaci dal punto di vista evocativo e comunicativo. La vecchiaia rende infatti
l’uomo inabile e brutto, deteriorandone l’aspetto e la salute.
9)μιν: ionico per αὐτόν.
10)τείρουσι: terza persona plurale indicativo presente attivo da τείρω che condivide il medesimo
significato con τρίβω (cfr. Il latino “trivo”) e indica il consumarsi lento, di solito per sfregamento.
11)οὕτως….θεός: l’ineluttabilità del destino che tocca agli uomini è totale, in quanto decisa dagli dei.
L’uomo non può che piegarsi davanti a ciò che è più grande di lui e abbandonarsi alla più totale
disperazione.

Carme 2:
1)ἡμεῖς…..ἠελίου: l’immagine delle foglie è presente anche in Omero (Iliade 6,146) viene usata
come similitudine da Glauco per spiegarea Diomede il continuo ciclo della vita e della morte. In
Mimnermo, invece, assume un tono pessimistico, come ad indicare la brevità della gioventù e,in
generale, la caducità della vita.
2)πήχυιον ἐπὶ χρόνον: letteralmente “per un tempo lungo un cubito”. Il cubito era un’unità di misura
che corrisponde a circa 40 cm, quindi, ai fini della versione, si suole traudurre “un tempo molto
breve”.
3)Κῆρες: le due Chere, personificazione di Κῆρ, il destino di morte. La sua radice è legato al
sanscrito “caritoh” e al latino “caries” e indica lo spezzare, il rovinare. In Omero (Iliade 9,411)
compaiono in due e rappresentano i due possibili destini di Achille: una morte in tenera età ma
ornato di gloria, oppure una miserabile fine ma in età avanzata.
4)μίνυνθα: “per poco”. La radice di questo termine richiama il latino “minor” e sta ad indicare
appunto un’inferiorità rispetto a qualcosa.
5)κίδναται: terza persona singolare indicativo presente medio da κίδναμαι, forma rara per
l’infrequente “σκίδναμαι”, il quale a sua volta deriva da “σκεδάννυμι” (“spargere,diffonere”). Si
noti dunque la grande ricercatezza lessicale di Mimnermo.
6)ἀνθρώπων…..διδοῖ: ancora una volta, il poeta riflette sulla volontà divina dietro gli eventi dolorosi
che accadono su questa terra. Questo rappresenta forse il più importante degli aspetti della poesia di
Mimnermo che Leopardi svilupperà non solo nelle sue opere poetiche (cfr. “A Silvia”, “Il passero
solitario”, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”), ma anche in quelle filosofiche (cfr.
“Dialogo della natura e di un islandese”).

Andrea Pizzotti

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