Il 30 Novembre 1979 esce sul mercato un disco destinato a cambiare per sempre la storia non solo della musica ma dell’intera cultura occidentale. The Wall è un concentrato di suoni, un progetto eclettico di proporzioni inimmaginabili, un caleidoscopio frastornante di suoni ed immagini. Quando viene publicato le reazioni sono confuse, il tour con concerti fissati in sole cinque città, visitate tra il 7 febbraio 1980 e il 17 giugno 1981, tra cui le indimenticabili otto performance a Dortmund nella Germania Ovest, sconvolge le menti dei presenti. In The Wall i Pink Floyd raggiungono l’apice, toccano la trascendenza, trascinando l’ascoltatore nel mondo onirico, drammatico del protagonista sempre più giù in una spirale discendente e poi fino alla sua redenzione. The Wall è un viaggio nella psiche umana.

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Racconta il dramma interiore, nascosto della vita dell’uomo moderno, sconvolta da esperienze dolorose: abbandono, tradimento, paura, frustrazione, che distruggono la vita sociale, alienandolo da tutto e tutti, separandolo con un muro che lui stesso erige, dal mondo esterno. Una prigione oscura, solitaria e senza uscite. La progressiva elaborazione dei traumi subiti, la morte del padre nella Seconda Guerra Mondiale, la madre iperprotettiva, le violenze fisiche e psicologiche a scuola, i tradimenti della moglie, accompagnano Pink in un viaggio ai confini della memoria e della razionalità per poi restituirlo alla serenità. Dietro Pink, protagonista del concept, si nasconde Roger Waters, artefice e autore quasi unico dell’intera opera. Attraverso il suo alter-ego, Waters racconta la propria esperienza personale, maturata negli anni di tour e album con i suoi compagni: David Gilmur, Richard Wright e Nick Mason.

“L’idea per The Wall venne da dieci anni di tour” racconta Waters stesso “soprattutto gli ultimi, il 1975 e il 1977, quando suonavamo davanti a folle immense di spettatori […] in grandi stadi e, di conseguenza, gli spettatori diventarono un’esperienza piuttosto alienate. Fu allora che divenni pienamente consapevole che c’era un muro tra noi e il nostro pubblico. Il disco è nato come espressione di quei sentimenti”

In the Flesh?, prima canzone dell’album, introduce l’ascoltatore nella dimensione oscura in cui Pink interpreta il suo dramma. Rappresenta la scenografia in cui progressivamente matureranno i sentimenti del protagonista. Una dimensione inquietante, che corrisponde totalmente al crescente disagio del protagonista. Il silenzio opprimente viene rotto da un crescendo sinfonico di suoni, intervallati da caotici rumori di folla , fino all’esplosione finale atto definitivo del pezzo, che mostra la precaria condizione di Pink e la sua difficoltà a rapportarsi direttamente con  i suoi simili. In The thin ice l’azione comincia lentamente a svilupparsi e Pink acquista progressivamente la consapevolezza del suo isolamento, scandito dal ritmo sordo del basso di Waters, fuso con il suono delle tastiere di Wright. Il drammatico crescendo finale introduce Another brick in the wall, Part 1. In cui Pink inizia progressivamente a costruire il muro con cui ha intenzione di separarsi dal mondo circostante, mentre la band esplora  grazie a Bob Ezrin sonorità e ritmiche vicine alla disco music. In The happiest day of our lives inizia il vero e proprio racconto autobiografico di Pink, partendo dagli anni della sua infanzia, consumati tra i soprusi e le violenze psicologiche del sistema educativo nazionale, rappresentati dagli agghiacianti urli di Waters. Il proseguo della storia è affidato ad Another brick in the wall, part 2, in cui il disagio giovanile di Pink e le sue difficoltà nel rapportarsi con i suoi coetanei e il coercitivo mondo degli adulti arrivano al loro apice sulle note dell’inno “We don’t need no education, We dont need no thought control” scandite ossessivamente dal coro di voci bianche dell’Islington Green School. A fare da padrone è ancora il basso di Waters che, con Mason, costruisce l’ossatura portante sui cui crescono le melodie di Gilmur e Wright. In Mother, Pink inizia a raccontare la sfera privata della sua infanzia, dominata da una madre gelosa e iperprotettiva e dall’insormontabile senso di vuoto causato dalla morte del padre nella Seconda Guerra Mondiale. Altri due mattoni nel muro di Pink. Al racconto della Londra sotto i bombardamenti, vittima sacrificale di Hitler, e delle conseguenze della guerra, sfondo dell’infanzia di Pink, della tenebrosa e sconvolgente Goodbye blue sky, in cui la chitarra acustica di Gilmur intesse melodie di struggente bellezza, segue, la penetrante Empty spaces, che descrive il clima di violenza e terrore dell’Europa post-bellica, dedicata a Syd barret, nel testo citato con lo pseudonimo Old Pink. Mente Pink gode di una vita di eccessi lontano da casa, sulle note di Yung List, si consuma il tradimento della moglie e il fallimento del suo matrimonio che manifesta in lui, quando durante One of my turns fracassa la sua camera d’albergo, mentre si trova in compagnia con una grupie, i primi segni di evidente squilibrio. L’ossessione di Pink e la paura di restare isolato lo fanno sprofondare nella follia e Another brick in the wall, part 3  fa da ponte verso i recessi del suo inconscio lacerato. Mentre resta in stato catatonico davanti al televisore la costruzione del muro si completa.  Goodbye cruel world, con le sue note dolci, quasi da ninna-nanna rappresenta il punto più basso della catabasi di Pink, il cui suicidio è scongiurato solo dallo stato di completa alienazione e incoscienza. Terminato il racconto autobiografico, le canzoni successive penetrano nei recessi più bui e irrazionali dell’animo di Pink. Lo stato di alienazione è tanto profondo da portare Pink ad analizzare il proprio inconscio come se questo fosse a lui estraneo. Le emozioni si susseguono descritte nella loro drammaticità. Si tratta letteralmente di un viaggio nell’inferno dell’uomo. Nessun artista aveva mai toccato così profondamente i baratri della pische. A Is there anybody out there segue Nobody home, chiaramente riferita a Syd Barret e a Richard Wright, che prostrato e sopraffatto dal peso dell’opera abbandona la band durante le registrazioni. Vera la “fidanzata delle truppe” diventa metafora del senso di tradimento di Waters per la perdita del padre in guerra, tema dominante anche di Bring the boys back. Lo shock causato dal dolore e la totale distanza tra la psiche Di Pink e la realtà si fanno, infine così forte da riscuoterlo. Pink riprende coscienza di se, in una sorta di scena alla 2001 Odissea nello Spazio, vaccinato alla sofferenza e Confortably Numb entra nelle storia. Tocca vertici di spiritualità mai raggiunta prima, è un esperienza metafisica che arresta il delirio onirico di Pink, un’illuminazione in cui le note della chitarra di Waters sembrano arrivare da un’altra realtà. Tornato in sé ma non ancora guarito dalla sua malattia, Pink recupera lentamente memoria della sua infanzia ricordando la sua “febbre”, prima di riconoscersi ormai “confortably numb” (piacevolmente insensibile). Ancora scosso Pink è costretto ad entrare in scena sulle armonie vocali alla Beach Boys di The show must go on. Nel suo cosciente annebbiamento allucinogeno Pink arriva a credersi leader Di una dittatura neonazista e, dopo il suo raduno politico, affrescato a tinte cupe In the flash, in un atmosfera che ricorda il Kubrick di Arancia Meccanica, scatena la violenza dei suoi seguaci immaginari. I deliri totalitari di Run like hell, spiegati, Waiting for the worms, resa famosa dalla celeberrima “marcia dei martelli”, come frutto di vermi che controllano la sua mente, giunti al culmine della loro potenza cessano completamente. Stop e Pink si ritrova davanti alla realtà. E’ il momento dell’autoanalisi, lucida, totale. Pink affronta i suoi tormenti e il muro di sgretola nella sua mente e fisicamente sul palco, in un catartico delirio di luci e suoni. Pink è libero ma la conclusione è e non poteva essere che tragica.  Outside the Wall conclude il dramma e la sua atmosfera desolata sembra suggerire un ciclo perpetuo di imprigionamento e liberazione, un “eterno ritorno dell’uguale”, una composizione ad anello tuttora integra.

Che l’uomo non si sia ancora liberato definitivamente dai propri deliri e dei muri che lo separano dal reale è un dato di fatto.

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