9788845973284recensione di “Guarda gli arlecchini!” di Vladimir Nabokov

“Dimentichiamo che l’innamoramento
non è un semplice volgersi del viso
ma l’abisso sotto ninfee gialle,
il panico notturno di chi nuota”

da Vljublennost’ [1]  (L’innamoramento), Vladimir Nabokov

L’infanzia russa in compagnia di una “prozia straordinaria”, la baronessa Bredov. Una villa provenzale circondata da “iris emblematici” e una “scontrosa domestica di Cannice che sbatte con violenza i piatti a margine della scena”. Poi Parigi, tetra, e la morte della prima moglie. L’arrivo in un “incantevole appartamento di New York (…), orientato verso il trionfo fiammeggiante al di là di Central Park”.

Sono solo alcuni dei traslochi di cui è costellata la vita di Vadim Vadimoviĉ, narratore e protagonista di Guarda gli arlecchini! [2], penultimo romanzo di Nabokov. Al di là del gioco di specchi fra autobiografie e bibliografie del personaggio e dell’autore, l’incanto del libro sta nello sguardo estatico di Vadim (o Vladimir) sul mondo. Tutto, dal preoccupante nimbus numerico [3] ai tre o quattro matrimoni, dalle discussioni entomologiche alle occhiate più pruriginose, passa negli Arlecchini attraverso la lente della poesia e della curiosità, punteggiate d’irresistibile ironia. Anche negli sprazzi di tristezza, paura o sarcasmo, lo stile si mantiene leggero come “un crepitio di rametti e una tormenta di petali”, o come le “purpuree forme fotomatiche” che “nuotano sotto le palpebre chiuse” in un giorno di sole.

304862_10152080261320534_1679912540_nNon lasciatevi quindi ingannare dalla seconda di copertina dell’edizione Adelphi: Vadim non è “arrogante e asociale, sbrigativo nei rapporti sentimentali, assillato dalla sensazione che la sua esistenza sia la parodia di quella di un altro” e non “si sposa indotto solo da impulsi erotici, indulgendo a tradimenti con disinvolte fanciulle e provando attrazioni per adolescenti impuberi”. Vadim è lo scrittore a cui chiesero cosa pensasse del fatto che Tolstoj avesse definito la vita “una tartina di merda” e rispose: “La mia vita è pane fresco con burro di campagna e miele delle Alpi”. Vadim è soprattutto l’uomo che ha disegnato l’Arlequinus Arlequinus svolazzante sotto il titolo, è l’uomo innamorato di Véra, che è l’ultima eroina, che è la signora Nabokov, che è la realtà.

[1] Poesia dedicata da Vadim a Iris Black – parte prima, cap. 5

[2] Gli arlecchini del titolo sono quelli cantati dall’immaginifica prozia: “Oh, sono dappertutto. Tutto intorno a te. Gli alberi sono degli arlecchini, le parole sono degli arlecchini; anche le situazioni e le addizioni. Metti assieme due cose – due arguzie due immagini – ed eccoti un arlecchino triplo. Avanti dunque! Gioca! Inventa il mondo!”

[3] “Ecco cosa accadeva quando il disturbo si manifestava al peggio: circa un’ora dopo essermi addormentato mi svegliavo temporaneamente pazzo. (…) Lungo il fioco chiarore della fessura tra le tende si muovevano, a intervalli minacciosamente carichi di significato, punti più luminosi. (…) Si trattava di misurare certi rapporti esistenti tra i punti scintillanti, o, nel mio caso, si trattava di congetturarli, dato che il torpore mi impediva di contarli correttamente, e tanto meno, poi, di ricordare quale dovesse essere il numero che mi avrebbe garantito la salvezza”

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